30 dic 2008

Carrellata di zuppe


Da più parti, nella blogsfera, ho sentito invocare ricette light e catartiche che facciano da cordone sanitario tra gli stravizi del Natale e i peccati del cenone di S. Silvestro.



Premetto che, malgrado i tre pasti alle belve susseguitisi tra il 24 e il 25 Dicembre, non sento l'impellente necessità di rimediare: un po' per forma mentis personale, un po' per tradizione familiare (che nemmeno le insistenze della mia famiglia acquisita - suocera &Co. - riescono a scalfire) non ho mai trovato particolarmente intelligente abbuffarmi per due giorni di fila e poi fare penitenza fino al 31 Gennaio... Anche in presenza di pasti pluriportata mi limito all'assaggino, al rifiuto della seconda porzione e allo scarto di tutto quello che non mi fa impazzire, certa che, tanto, gli avanzi derivanti da quello che ho disdegnato finiranno incartati nella stagnola e potrò gustarmeli con calma e a stomaco lucido il giorno dopo.




Da dove mi venga tanta abnegazione non lo so, ma comincio a pensare che una vita contemplativa di rinuncia mi si addirrebbe maggiormente di quella conviviale che le feste comportano.


Dicevamo comunque delle ricette depurative... forse a questo punto sarebbe più sensato parlare del cenone del 31, ma ormai da tre anni passo la notte di San Silvestro in una camera d'albergo, mangiando cibi pronti, sacrificando la mia passione per la cucina a quella per i viaggi e, ovviamente, rifiutandomi di investire una cifra equivalente a quella che spendiamo per l'albergo, in un cenone al ristorante.



Quest'anno tocca alla Provenza, dove arriveremo domani nel tardo pomeriggio... presumo quindi che cercare un posto dove mangiare sarà impossibile e per questo mi sono premunita con salmone in scatola, carne di maiale in gelatina, panbauletto integrale, cous cous precotto, salumi, bollitore e dolcetti vari...


Triste? Non saprei, a me l'idea di passare il primo giorno dell'anno sur le pont d'Avignon (L'on y danse, l'on y danse) piace più di quella di trascorrere la sera precedente a tavola.


Preferisco quindi lasciarvi, con i miei auguri per un 2009 di gioia e pace per voi e tutti i vostri affetti più cari, una scelta di zuppe/minestrine/vellutate da preparare nei "pasti tampone", per tornare allo sbaraglio con qualcosa di più robusto al mio rientro (quando sicuramente sarò munita di prodotti tipici strampalati da impiegare con solerzia in invenzioni culinarie altrettanto stravaganti).



Gnocchi di gries in brodo






Effettivamente, in origine, non si trattava di un piatto propriamente ipocalorico, ma con le dovute accortezze salvalinea può diventare un pasto completo gratificante e digeribile.








Ingredienti:



  • 100 gr di gries (semolino)
  • 20 gr di burro (io ho usato un cucchiaio di margarina bio senza grassi idrogenati, che non ha meno calorie del burro, ma è più sana)
  • 1 uovo
  • 1 bicchiere di latte (io ho usato acqua, si risparmiano 60 calorie a porzione)
  • 1 grattugiata di parmigiano
  • sale
  • noce moscata
  • 1 lt di brodo vegetale




Procedimento



Si impastano tutti gli ingredienti e si formano delle palline, che si cuociono nel brodo bollente per 20 minuti. Si possono servire con un'altro po' di parmigiano.







Vichyssoise calda







La Vichyssoise nasce fredda... ma quello delle zuppe fredde è un capitolo che mi ripropongo di approfondire con la bella stagione, anche se temo mi causerà qualche problema di coordinamento, dato che non riesco ancora a immaginare come potrei preparare la zuppa al ritorno dall'ufficio e farla raffreddare in tempo per la cena... forse potrebbero diventare il mio pranzo del sabato da maggio a settembre, voi che ne pensate?









In ogni caso, nel mio libro delle zuppe, che propone 100 ricette di zuppe diverse, con 5 varianti per ciascuna, per un totale di 500 preparazioni, una delle possibili versioni della Vichyssoise era proprio "in caldo".

La Vichyssoise è una zuppa classica, tutt'altro che leggera, per la compresenza di panna e latte, ma ve la propongo ugualmente, perché con queste dosi vengono fuori 4 porzioni abbondanti e sazianti, che possono fare le veci di un pasto. Inoltre è a base di porri, che sono diuretici e indicati per i disturbi gastrici che spesso si presentano alla terza fetta di panforte.







Ingredienti:



  • 3 porri (compresa la parte verde)
  • 1 patata medio-grande
  • 25 gr di burro (idem come sopra, si può sostituire con margarina bio)
  • 400 ml di brodo vegetale
  • 175 ml di latte
  • 150 ml di panna
  • sale
  • pepe
  • erba cipollina

Procedimento:


Sul fondo della pentola a pressione, far appassire nel burro i porri affettati finemente per qualche minuto, aggiungere la patata a cubotti, il brodo, il latte, chiudere il coperchio e far cuocere per 10 minuti dal fischio.


Frullare il tutto e aggiungere la panna. Riportare a ebollizione e far addensare a piacere.


Si serve cospargendo la superficie di erba cipollina.









Zuppa di piselli








"Mangia la zuppa di piselli, prima che lei mangi te" intimava il gargoyle a Harry, salito sul Nottetempo diretto alla volta di Diagon Alley...


E da allora mi sono spesso domandata come si preparasse la zuppa di piselli... La immaginavo una cosa piuttosto insipida e un filo punitiva, forse in virtù di altre letture, dove la zuppa di piselli era citata come il pasto per eccellenza dei collegi di suore.







E, in effetti, ad onor del vero, non posso affermare che la zuppa di piselli sia un piatto sontuoso.


Ma è semplice da preparare, leggera e, con un filo di olio nuovo e dei crostini di pane abbrustoliti, non risulta affatto deprimente, a patto che non ci si aspetti la ricchezza della ribollita toscana o il gusto avvolgente della bouillabasse.









Ingredienti:


  • 1/4 di cipolla
  • 300 gr di piselli
  • 350 ml di brodo vegetale
  • 2 cucchiai di latte
  • olio
  • sale
  • pepe
  • crostini di pane abbrustoliti (o fritti) per accompagnare







Procedimento:




Si fa appassire la cipolla tagliata a velo in poco olio, si aggiungono i piselli e si lascia insaporire per qualche minuto. Si versa il brodo e si porta il tutto a ebollizione. Con il frullatore a immersione si passa il tutto fino ad ottenere una crema, si aggiunge il latte, si aggiusta di sale e di pepe e si lascia addensare sul fuoco.




Fatte le porzioni, si cosparge la superficie di crostini e li si condisce con un "C" d'olio, meglio se nuovo o, comunque, dal sapore deciso.






29 dic 2008

Zaletti al mais ed elogio della lentezza



Di questi biscotti mi ha ricordato Sweetcook... vederli sul suo blog qui mi ha riportato a una fredda e grigia mattinata milanese di tanti anni fa, a una colazione consumata pigramente in un monolocale disordinato, che apriva una giornata spensierata, passata tra le cianfrusaglie della Fiera di Sinigaglia e lo scenario preraffaellita del Parco Sempione d'autunno.

Li preparava una signora di Pavia, che avevo consciuto, in circostanze troppo noiose da raccontare: me li presentò come biscotti tipici milanesi e non so se sia vero, ma ricordo che ne rimasi conquistata, al punto di svuotare, solo facendoci colazione, l'intera scatola di latta (avete presenti quelle dei biscotti dell'Ikea?) in cui li aveva messi.

Per ragioni altrettanto poco interessanti da spiegare, non feci in tempo a chiederle la ricetta e, del resto, non so se me l'avrebbe concessa.

In realtà non ero sicura che la ricetta di Rob o quella che ho trovato in un mio libro (leggermente diversa) corrispondessero a quella; e d'altra parte, quando li ho preparati, per portarli al mio babbo, nella speranza di allietare il suo Natale ospedaliero, grigio come quell'alba meneghina di cui parlavo all'inizio, non mi sono nemmeno posta il problema di emulare la signora pavese.

Tuttavia, suddivisi equamente i biscotti preparati tra il babbo allettato e mia suocera, ne ho tenuti da parte alcuni per noi...

E, sorpresa, erano proprio quelli che avevo mangiato prima della mia passeggiata di salute nelle nebbie lombarde.









Ed è così, che tra centinaia di CD di Mozart, migliaia di libri e milioni di tazze di the, questi biscotti sono diventati l'accompagnamento ideale per questi pochi giorni di relax: esulando dal tema strettamente culinario (che, poi, i miei cenoni e pranzi delle feste non sono mai eccessivi e non richiedono disintossicazioni a consuntivo), è stato bello stretchare i tempi , allungarli, estenderli, trascinarmi pigramente dal bollitore al forno, indugiando nella scelta della tisana e del menu, ma anche della crema per il corpo; chiedendomi se ai cioccolatini al cardamomo si addicesse maggiormente l'infuso al peperoncino o il caffè all'anice e se il mio umore richiedesse un olio nutriente alla cannella o un burro idratante al cioccolato e se il rossetto porpora stesse bene o meno con il piumino viola nuovo e con la camicetta scozzese che mi ha regalato il mio compagno, invece di ripetere, in cucina e allo specchio, i soliti abbinamenti meccanici, perché non si ha tempo di fantasticare sui nuovi.



Ed è stato bello poter scegliere tra Eine kleine Nachtmusik, Le Nozze di Figaro e la Sinfonia Fantastica, invece di accendere lo stereo, lasciandoci dentro il CD dell'ultima volta, perché non si ha tempo di trovare quello desiderato... e poi ascoltarli sul divano, con lo sguardo perso nei disegni del batik appeso al muro di fronte, anziché stirando, perché di tempo se ne ha in abbondanza.



Ecco cosa vorrei dal nuovo anno, anche se non ho partecipato al meme sulla lettera a Babbo Natale che circolava giorni fa: la lentezza.

Voglio dei giorni pigri come quei pomeriggi estivi in campagna, quando l'unico rumore che si sente è quello di una mosca paranoica che non si vuole allontanare.

E un vassoio di biscotti da pescare con accidia ostentata mentre guardo l'orizzonte che cambia colore.








Ingredienti:

  • 200 gr di farina 00
  • 125 gr di farina di mais fioretto
  • 125 gr di zucchero vanigliato
  • 125 gr di burro
  • 1 uovo
  • 1 cucchiaino di lievito in polvere
  • 50 gr di uvetta ammollata nel liquore (io ho usato quello alla cannella di produzione propria)

Procedimento

Lavorare nel robot tutti gli ingredienti tranne l'uvetta, ma compreso il liquore che questa non ha assorbito nell'ammollo; se il composto dovesse risultare troppo farinoso aggiungere qualche cucchiaiata d'acqua fredda. Prelevare l'impasto e amalgamarvi l'uvetta in maniera il più possibile uniforme. Prenderne delle piccole porzioni e formare delle palline, poggiarle sulla teglia del forno rivestita di carta speciale e schiacciarle leggermente.

Infornare a 170° per circa 15 minuti: gli zaletti sono cotti (lo specifico perché la presenza di farina gialla potrebbe ingannare sul grado di doratura) quando la parte inferiore risulta leggermente colorita.


Nota: dato che si dice

"Attento a quello che chiedi, perché gli Dei potrebbero concedertelo"

desidero precisare che, invocando tempi più umani,

non sto chiedendo di essere licenziata.

23 dic 2008

E dopo gli ultimate Christmas Cookies...



The ultimate Christmas Cake!!!


Vi lascio prima delle feste con tanti auguri per un Natale dolcissimo e la ricetta di un cake altrettanto dolce, morbido e profumato, come spero saranno per tutti voi i prossimi giorni.







Per realizzarlo mi sono ispirata un po' a una ricetta del libro di Ilona e un po' alla tradizionale torta natalizia inglese... o almeno alla versione che me ne propose il marito very british di una mia amica: questo ragazzo, che per comodità chiameremo John Smith, perché non mi piace fare nomi su internet, soprattutto considerato che è una persona abbastanza conosciuta, strano a dirsi per un inglese, è un cuoco fantastico e si è fatto carico di quasi tutte le attività enogastronomiche di casa Smith, tranne la presentazione delle portate, appalto della moglie, la quale, forte dei suoi trascorsi come decoratrice di piatti in un ristorante, si cimenta in opere artistiche anche per le cene casalinghe senza ospiti... adoro queste coppie che sanno considerare speciale ogni singolo istante della loro vita insieme, tanto da dedicare tempo al lato estetico anche solo per sé stessi: ogni giorno mi riprometto di fare altrettanto e ogni sera torno a casa così stanca che riesco al massimo a metter su tre cose dall'aspetto simile alla sbobba dei militari.






E poi ceno in pigiama. Bellissimi pigiami, per carità, il cinese della bancarella che me li ha venduti mi ha assicurato che sono di finissima fattula altigianale e il pile è ploplio lesistente anche lavatlice qualanta gladi, però pigiami rimangono.





Perché vi sto raccontando dei miei pigiami?
Ah, sì, la torta del mio amico inglese: insomma, John vive in Italia da diversi anni e si è molto ben adattato alla nostra cucina (e ti credo), ma un anno si mise in testa di preparare per Natale questo monumentale dessert stratificato, tipico delle festività natalizie britanniche.



Cominciò a Settembre.





Pare infatti che, per tradizione, ma forse anche per esigenze tecniche, sia necessario preparare uno strato alla volta e lasciare che si asciughi e si sedimenti prima di sovrapporgli quello successivo, senza contare la glassa di copertura, così spessa e così dura che spesso, una volta servita la fetta, viene tolta e buttata via, come ho letto che accade con il mmf...
Personalmente lo considero un delitto: non si butta via la glassa, non perché sia buona (per essere esatti la trovo disgustosa), ma perché buttare il cibo è un insulto a chi non ne ha, a questo punto le decorazioni non si mettono e chiuso il discorso.







Quindi dicevamo della torta: ovviamente non mi sentivo di riprodurre una tale opera del Duomo in casa mia, meno che mai di suddividerne la preparazione in fasi, odio fare le cose a rate (persino il lievitino delle Sorelle Simili mi manda fuori dalla grazia del Signore), però mi sono ricordata dell'indovinato matrimonio tra marzapane e frutti rossi che mi aveva fatto innamorare di questo dolce o, almeno, di alcuni strati di esso.






Quindi, confortata dalla presenza di una ricetta del mio zibaldone di plum cake di cui sopra in cui i due ingredienti venivano abbinati, alla quale mi sono vagamente rifatta per quanto riguarda le dosi (burro a parte, che ho ridotto), ho tirato fuori questi mini cakes di more e pasta di mandorle, che sono venuti così dolci e così morbidi che nemmeno io riesco a capire come abbia potuto sfornare una cosa così buona: la cosa più bella è che la pasta di mandorle in cottura si è sciolta e mai più solidificata, rilasciando il proprio potenziale zuccherino in giro per l'impasto, ma solo in parte, cosicché si trovano anche dei cubotti mandorlati più o meno interi, ma molto fondenti:






Ingredienti:
  • 180 gr di farina
  • 150 gr di zucchero di canna
  • 100 gr di burro fuso
  • 3 uova
  • 1 cucchiaino di lievito in polvere
  • 150 gr di more (o altri frutti di bosco)
  • 150 gr di pasta di mandorle a pezzetti

Procedimento:

Come sempre, si lavorano gli ingredienti in polvere e quelli liquidi in due ciotole distinte, poi si uniscono i due composti e si amalgamano brevemente. Si aggiungono le more e la pasta di mandorle, si lavora un altro poco il composto e lo si versa in uno stampo da plum cake.

Si inforna a freddo e si cuoce per circa 45-50 minuti dal raggiungimento della temperatura di 180°.

Io ho usato gli stampi da mini cake, quindi li ho cotti solo per 1/4 d'ora circa, tra l'altro ho fatto la felice scoperta che vengono benissimo nello Sfornatutto De Longhi: temevo che, essendo molto basso gli impasti, cuocendo, finissero per avvicinarsi troppo alla resistenza, invece si è rivelato vincente e molto meno dispendioso del forno tradizionale!





Ancora un Buon Natale a tutti
dal profondo del cuore
!!!






22 dic 2008

Dulce de Leche




Il dulce de leche me lo sognavo da un po'...

Ho cominciato a immergermi con la fantasia in questo condensato di insulina allo stesso tempo in cui mi tuffavo nei romanzi di Isabel Allende, dove è citato come il dessert per eccellenza dei giorni passati nella fazenda del nonno, quel burbero reazionario dal cuore d'oro mirabilmente ritratto ne "La Casa degli Spiriti".






E ho continuato a nuotarci tra le pagine di "Di Noi Tre" di Andrea De Carlo, quando Misia, sposatasi, dopo rocambolesche vicende, con un tenutario argentino di palese ascendenza nazista, invita Livio a tenerle compagnia in cucina, mentre pesca con un cucchiaio da un barattolo di dulce de leche, spiegandone all'amico la funzione consolatoria.













Il dulce de leche è uscito dalla mia testa, per farsi strada tra le mie papille gustative, qualche anno fa, quando ne avvistai una confezione al supermercato, Muccamù o qualcosa del genere si chiamava: fu amore al primo assaggio, un po' come quando ci si invaghisce di qualcuno in chat, poi si conosce e tutto quello che di bello ci si era immaginati si conferma.








Pensandoci bene, in chat questo non succede.




Che, però, una delizia del genere si potesse riprodurre anche in casa non mi era mai venuto in mente finché non ne ho trovato la ricetta su vari blog. Meno che mai avrei pensato che il dulce de leche si potesse aromatizzare e invece ne ho viste in giro versioni alla cannella e al the matcha.
Per cominciare, però, ho preferito provare quello classico, quello che sa di zucchero e basta e che proprio per questo non piace a nessun essere vivente di età anagrafica o mentale superiore ai 7 anni.
Infatti noi lo adoriamo, soprattutto spalmato sulle Nuvole Gentilini (che sostengo siano state create appositamente a questo scopo), soprattutto il mio compagno, che lo chiama "dolce di Lecce" ed è abbastanza convinto che si tratti di una specialità salentina.




Preparare il dulce de leche, comunque, è piuttosto noioso e anche un po' deludente, perché il procedimento è lungo, la resa è bassissima e non se ne può produrre in quantità, come per la marmellata, perché si conserva pochissimo, circa 2 settimane in frigo.
Diciamo che se vi capita un pomeriggio di pioggia, freddo, noia e solitudine potete tranquillamente dedicarglielo, ma in quel caso potete altrettanto tranquillamente fare dose doppia, perché per curare la solitudine non c'è niente di più adatto.





Da qualche parte ho letto che si può anche prepararlo con la macchina del pane, con il programma "marmellate", ma da qualche altra parte ho letto anche che per ottenere un buon risultato bisogna lanciare il programma per tre volte, dato che l'addensamento del dulce de leche è più difficoltoso di quello delle marmellate, e che comunque spesso occorre far ribollire il composto sul gas.





Tre ore di mdp mi sembravano decisamente troppe e quindi ho proceduto sul gas, mescolando pazientemente (più o meno) e sforzandomi di capire cosa fossero le "righe sul fondo della pentola" di cui si parla in tutte le ricette.In realtà, vedere le righe sul fondo di una pentola antiaderente in cui si sta cuocendo un composto lattiginoso secondo me è impossibile e quindi mi sono risolta di fare la prova del piattino inclinato, come per la marmellata, che ha parso funzionare.






La ricetta che ho usato l'ho recuperata su internet, ma, anche se è successo solo una settimana fa, non ricordo più dove: se qualcuno dovesse riconoscersi nel procedimento, sarei lieta di esserne informata e poterlo citare, anzi mi scuso per non farlo da subito.






Ingredienti:
  • 500 ml di latte
  • 150 gr di zucchero di canna
  • la punta di un cucchiaino di bicarbonato
  • 1/4 di stecca di vaniglia

Procedimento:

Versare in una casseruola antiaderente tutti gli ingredienti. Per quanto riguarda la stecca di vaniglia, io l'ho aperta, ho raschiato i semini, facendoli cadere nella pentola, e poi, per sicurezza, ho messo dentro anche la stecca aperta.

A questo punto comincia la prova di pazienza: si mette il tutto sul fornello a fiamma medio alta e, appena il composto comincia a scurirsi, si abbassa il gas al minimo. Occorre mescolare con una certa frequenza e controllare spesso la cottura, perché al dulce del leche per addensarsi occorre circa un'ora (ho spesso trovato scritto due, ma a me sono bastati approssimativamente 70 minuti), ma passare dallo stato liquido alla cristallizzazione è un attimo.

Quando il cucchiaio comincia a lasciare il solco nel preparato si fa la prova del piattino e se, dopo un minuto, inclinando il piatto, la goccia scivola lentamente, è pronto.

Nota: attenzione, a differenza della marmellata, la goccia non deve rimanere ferma, ma colare leggermente, perché il dulce de leche tende a intostarsi in frigo col passare del tempo, quindi è meglio se inizialmente è leggermente liquido.

Fuori dal fuoco, si mescola per altri 5 minuti e poi si versa nei barattoli (con questa dose ne viene uno medio-piccolo), si chiudono, e, appena freddi, si conservano in frigo.













19 dic 2008

The Ultimate Christmas Cookies

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Non credevo che mi sarei mai potuta imbattere in quelli che, nel titolo, ho definito "biscotti natalizi definitivi", quelli che, all'atto dell'assaggio, mi avrebbero fatto dichiarare "Sanno di Natale!" e mi avrebbero permesso di interrompere le faticose, annose ricerche di un biscotto che portasse con sé la magia dei Natali infantili, le strade innevate, le slitte trainate da renne dal naso semaforico (lo sapevate che esiste il termine semaforico? Io l'ho letto per caso sul dizionario, giorni fa, mentre cercavo la traduzione in francese di non so cosa), gli alberi scintillanti di luci e candele, sotto i quali riposa Babbo Natale, con una bimba in braccio... Insomma, il Natale dei cartoncini augurali, che, ora che ci sono le e-mail, nessuno manda più.





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E poi è arrivata lei, con i suoi inni al rito del the e a tutte le raffinatezze annesse e connesse, di cui non sapevo niente e che, fortunatamente, mi sono procurata senza troppa fatica, dato che i "suoi" negozi sono anche i miei. Poi, se vorrà, ne parleremo, perché alcune cose le ho comprate sull'onda dell'entusiasmo pensando "Così faccio come la Romy", ma in verità non so come si usano...

E, nella fattispecie, la conoscenza con Romy ha portato con sé questa ricetta, che era sì nata per accompagnare il the, ma che io ho riconvertito in biscotto natalizio e anche un po' da caffè

... perché, credimi, cara Romy, che questi biscotti, spalmati di dulce de leche ancora tiepido sono un delirio!!!


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Per quanto riguarda gli ingredienti ho utilizzato la ricetta di Romy, fatta salvo la farina di mandorle, che ho sostituito con coco rapé, e i semi di papavero, che mi sono dimenticata completamente (e sì che ne ho un barattolo enorme, importato di straforo dalla Cecoslovacchia, che allora si chiamava ancora Cecoslovacchia e non Repubblica Ceca, quando in Italia erano introvabili).



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Per il procedimento, mi sono invece avvalsa del mio C1P8 da cucina, che di norma ignoro volutamente, nella convinzione, istillata dalla madre martire di una mia compagna delle medie, che gli impasti a mano siano un'altra cosa e, soprattutto, che la frolla vada lavorata il meno possibile.



Può anche darsi, ma da quando sbatto tutto nel bicchiere del robot e frullo a velocità sostenuta finché il composto non è amalgamato, i biscotti mi vengono benissimo.



Infine li ho ritagliati con una formina stellata (devo procurarmi l'omin di panpepato, com'è che proprio io non possiedo lo stampino dell'omin di panpepato???) e cotti solo 12 minuti.


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Mi sembra carino non riportarvi le istruzioni, ma invitarvi a visionarle qui e poi a prenderla larga e aggirarvi per tutto il blog, perché ne vale la pena.




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Ho completato la reinterpretazione in chiave natalizia di questi biscotti posizionandoli nell'unico oggetto a tema che possiedo, una biscottiera di latta rossa, decorata con pupazzi di neve e agrifogli, regalata tanti anni fa alla mia nonna e poi ereditata, insieme a tutta la cucina e relativi utensili (sono l'unica che ha ancora le pentole di ghisa?)...


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Adesso, appena aperta, la scatola sprigiona il classico profumo che fa pensare a pigne spruzzate di porporina, carta da regalo e aghi di pino.




O almeno è quello che mi racconta il mio compagno, dato che io, con la mia solita fortuna fantozziana, mi sono buscata un raffreddore portentoso, accompagnato da tosse e mal di gola.





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Per non farmi mancare niente ho anche un gran mal di testa.





Collage di Picnik
Sarei anche molto contenta se, chi ne ha la possibilità, partecipasse a questa iniziativa qui: un'esistenza serena e dignitosa è un diritto di tutti, anche (e forse soprattutto) di chi ha quattro zampe e un codino

18 dic 2008

Calamari Ripieni




Finalmente riesco a ritagliare due minuti per aggiornare il mio "buen retiro": è un periodo di superlavoro, nemmeno fossi impiegata in un'azienda di panettoni e in questi giorni non mi sono fermata nemmeno per respirare.

Chissà quante vostre ricette mi sono persa, sicuramente avrete sfornato leccornie interessantissime, in vista del Natale... prometto che con calma passerò a fare visita a tutti e recupererò il tempo perduto.





Strano come, non potendo mettere mano al blog, anche la voglia di cucinare e la capacità di fotografare scemino: in questi giorni ho messo insieme poco o niente e fotografato ancora meno, perché mi pareva quasi che, non potendo condividere con voi ricette e scatti, impiastrare non avesse molto senso.
Non so quanto il mio compagno sarà contento di leggere che non cucino per amor suo, ma per amor proprio... Vuol dire che così impara a regalarmi un portachiavi di Hello Kitty per il nostro anniversario (stilettata).


Come sempre, quando si parla di pesce, non ho granché da aggiungere alla ricetta fine a sé stessa, ma, d'altronde, è così poco che ho scoperto questa branca della gastronomia che trovo difficile associare racconti o sensazioni a un piatto di pesce, soprattutto se cucinato alla nostrana come questo.





Potrà sembrare incredibile, ma non ho usato spezie, non perché non fossero indicate nella ricetta, cosa che, in condizioni normali, non mi tange, bensì perché la frenesia che in questo periodo caratterizza le mie giornate e l'assenza forzata dai vostri blog mi hanno tolto un po' di fantasia e non riuscivo proprio a pensare cosa potesse addirsi al ripieno dei calamari... E così ho seguito più o meno bovinamente le istruzioni riportate su Sale&Pepe di Novembre.





Appunto: "più o meno".


Per la cottura mi sono basata, infatti, sulla mia esperienza, che non sarà molta, ma è sufficiente per sapere che totani, seppie e calamari in forno asciugano, anzi seccano.

In pentola a pressione, oltre al vantaggio di non doverli affogare nell'olio, rimangono morbidi e succosi e si possono farcire fino all'orlo, perché non ritirano.






Li abbiamo trovati particolarmente gustosi, tranne che, forse, per l'eccessiva quantità di aromi: la rivista parlava di 2 cucchiai di prezzemolo, ma non avendo voglia di tritarlo, ho usato la stessa quantità di Herbes de Provence, che, però, essendo essiccate, hanno insaporito un po' troppo il ripieno... giuro che al fatto che il secco rende più del fresco non avevo pensato...








Ingredienti:
  • 500 gr di calamari puliti
  • 50 gr di pecorino o parmigiano
  • 3 cucchiai di pan grattato
  • 1 cucchiaio di erbe aromatiche miste secche o 2 cucchiai di erbe fresche
  • sale
  • pepe

Procedimento:

I calamari vanno sciacquati bene, anche se sulla confezione c'è scritto che sono già puliti: non so come, ma io ci trovo sempre un po' di sabbia...

Si tolgono i tentacoli e quella specie di vescichetta annidiata all'interno e si tagliuzzano finemente. Si aggiunge il resto degli ingredienti, mescolando bene e con questo impasto si farciscono i calamari, chiudendoli con uno stecchino da denti.

Si versa una tazza d'acqua nella pap e si inserisce dentro il cestello per la cottura a vapore. Vi si dispongono i calamari (se è avanzato un po' di ripieno, lo si può usare per cospargerne la superficie) e si fa cuocere per circa 1/4 d'ora dal fischio.