02 ago 2017

Banana Bread con Coco Rapé e Bacche di Goji



Ovviamente mi rendo perfettamente conto che nessuna persona sana di mente in questi giorni accenderebbe il forno, la ricetta risale a qualche settimana fa, quando ancora si respirava.
Ma, dato che non credo mi riaffaccerò fino a settembre, puoi tenerla buona per quando comincerà a rinfrescare, magari per il rientro a lavoro, quando di energie ne serviranno tante fin dalla prima colazione.
Non è il classico banana bread, quello che mangiavo alla Scuola Americana con la mia amica Lindsay, perché ho sostituito le noci tritate con il coco rapé, l'uva passa con le bacche di goji, il burro con l’olio di semi e lo zucchero con il miele, per nessuna ragione particolare, se non quella di far fuori alcune confezioni già avviate.
E’buonissimo con del chai schizzato di latte di cocco.

Ingredienti:
  • 180 gr di semola
  • 2 cucchiaini di lieviti per dolci
  • 60 gr di farina di cocco (Eurocompany)
  • 100 gr di bacche di goji
  • 2 banane molto mature
  • 125 g di olio di semi
  • 125 ml di miele di acacia (Luna di Miele)
  • 3 uova

Procedimento:
Setaccia le polveri in una terrina e aggiungi le bacche di goji.
Schiaccia le banane con una forchetta. Sbatti l’olio con il miele e le uova, fino ad ottenere un composto omogeneo, quindi unisci gli ingredienti solidi e mescola sommariamente. Versa il composto in uno stampo da plum cake foderato di carta speciale e inforna a 170° per circa 45 minuti, finché la crosta non sarà dorata e l’interno non supererà la prova stuzzicadenti (tieni presente che rimarrà comunque piuttosto umido, l’importante è che lo stecchino non esca sporco di impasto).

31 lug 2017

Insalata tiepida di Lenticchie Beluga, Verdure Confit e Feta al Forno


Mi rendo conto di pubblicare soltanto ricette a base di feta, in questo periodo sono in loop totale, la sto usando un po’ per tutto. Sto tentando di procedere allo smaltimento delle derrate alimentari deperibili e delle confezioni aperte, per non lasciare campo libero alle farfalline della farina, che, ho scoperto, si accaniscono anche sui cereali e sulle spezie e talvolta bucano anche i contenitori sigillati. La feta è l’unica cosa fresca che continuo a comprare.  
A questo punto, sinceramente, non vedo l’ora di essere al mare, di vedersi allungare davanti a me 13 giorni di colori, suoni e profumi nuovi. E’stato un anno difficile e molto statico e sento che un cambiamento d’aria mi farà bene. Sembra una frase fatta, ma mi sento lievemente stordita dalla routine: soprattutto a partire da gennaio mi sembra di aver vissuto con il pilota automatico e, sarà la stanchezza infinita che provo oggi, ma degli ultimi 8 mesi ho dei ricordi offuscati, quasi li avessi sognati e non ricordassi bene.
Beh… ancora due giorni e mezzo, una ricetta coloratissima per affrontare il lunedì e, mercoledì, una molto dolce per salutarci.

Ingredienti:

Procedimento:
Lessa le lenticchie secondo le istruzioni sulla confezione, scolale e lasciale raffreddare.
Monda i peperoni e riducili in listarelle, affetta finemente la cipolla e stendili, insieme ai pomodorini, sul fondo di una teglia da forno. Irrora le verdure con i vari condimenti e infornale a 180° per 40 minuti. Trascorso questo tempo, adagia sul letto di verdure la feta, intera, e rimetti in forno. Dopo 10 minuti, girala e cuoci ancora per 10 minuti.
Servi le lenticchie con le verdure e la feta sbriciolata ancora calde.


28 lug 2017

Spiedini di Melone Giallo, Speck e Feta




Quando ero molto, molto giovane, avevo una migliore amica, una di quelle robe adolescenziali che somigliano all’innamoramento e segnano l’uscita definitiva dalla comfort zone familiare e l’ingresso nel gruppo dei pari. Mi ero battuta a lungo per avvicinarmi a questa creatura diafana, dal colorito cereo, i capelli biondi e la salute cagionevole, magra allo sfinimento, che diceva “giungere” anziché arrivare e “recarsi” piuttosto che “andare”. Invidiavo i suoi twin set, i suoi modi da laureanda di Wellesley, la borghesia tronfia del suo salotto buono (ne aveva tre) e persino il rigore monastico dei suoi genitori, una combinazione di punizioni corporali, coprifuoco pomeridiano e terrore giacobino, che mi sembravano indice di ascendenze aristocratiche.

Con la mia cesta di lanugine color topo, che raccoglievo maldestramente in una mezza coda, i miei colletti di pizzo fuori dalle felpe con gli orsacchiotti e le mie cosce grosse, che mettevano in piazza la mia ingordigia e la mia pigrizia, quel “mia madre ha detto che se vuoi puoi venire a giocare da me mercoledì pomeriggio”, mi parve un debutto in società. Dopo quelle poche ore trascorse insieme ero pazza di lei, quei sentimenti un po’ psicotici che accompagnano gli anni tristanzuoli delle medie, misti di emulazione, invidia, ammirazione, possessività. 


Abbiamo litigato anni dopo, quando mi ero fatta una bella figliola, anch'io magra da far spavento, anch'io bionda (illegale) e anch'io ben vestita, per un commento sgradevole che rivolse alla mia cucina. Stavamo andando a un compleanno e avevo portato la torta. Ci misi niente ad accostare al marciapiede, girare intorno alla macchina, aprire lo sportello e dirle di scendere. L’ho rivista anni dopo, in autobus, parlava di lavoro al cellulare, ha fatto carriera, io no.


A conti fatti, è andata meglio così, non ricordo un granché dei nostri giochi di bambine e poco di più delle confidenze giovanili.
Molto meglio ricordo sua madre, una cuoca meravigliosa, cucinava piatti che sembravano usciti da un ricettario degli anni ’50, quelli che ti regalavano per le nozze, una sorta di tutorial cartaceo per diventare una sposa esemplare. Quando ero invitata a pranzo, quasi non dormivo dall’emozione, la notte precedente, ma persino per le merende si dava da fare (a casa mia non mi davano la merenda, per via delle cosce grosse di cui sopra): pesciolini di pasta sfoglia, bavaresi all’arancia, focacce appena sfornate… una volta se ne usci con gli spiedini hawaiani, ananas, prosciutto e gruyère, era prima che la pinapple pizza venisse stigmatizzata  e si poteva fare. Non credo che alle Hawaii mangino questa roba.


La mia è una specie di replica, ho modificato gli ingredienti, rispettando la triade frutta, carne, formaggio, e ho brindato con un Dosage Zero, Le Rive di Santo Stefano Valdoca, alla me stessa di ora, al mio bob corvino, al mio corpo armonioso, alla maturità di essere guarita dai complessi di inferiorità e dai sentimenti fuori controllo.


Ingredienti (per circa 30 spiedini):
  • ½ melone giallo
  • 200 gr di feta
  • 100 gr di speck

Procedimento:

Dadola gli ingredienti e infilzali sugli stuzzicadenti, alternandoli. Fine.

26 lug 2017

Fusilli di Legumi con Dadolata di Pomodori e Pesto di Feta alla Menta


Nei giorni festivi, subito dopo pranzo, coltivo l’abitudine oziosa di stendermi sul divano e leggere qualche pagina, per scivolare, poi, in un pisolino ristoratore. Talvolta mi addormento con il libro ancora in mano, talvolta lo poggio sullo schienale e, per prendere sonno, mi occorre un po’ di tempo. Con gli occhi chiusi ascolto la musica dei pomeriggi estivi. Le fronde gli alberi appena mosse dal vento, il ronzio delle mosche, l’abbaiare lontano di un cane, le lame delle cesoie nei frutteti. Anche l’afa ha un suo suono, il peso dell’ovatta che filtra gli altri rumori attraverso fitte, impercettibili stille di umidità.
Ho trascorso così tutte le estati della mia infanzia, nelle settimane tra la chiusura delle scuole e l’odissea sulla Salerno-Reggio Calabria: dondolandomi su un’amaca tesa tra due pini marittimi, vivevo la mia vita pensierosa di bambina pigra ed introversa, leggendo romanzi da adulti nelle edizioni del Reader’s Digest. In questa versione compattata ho letto la De Cespedes, Zuccoli, Tolstoj, Flaubert, Harper Lee, George Sand e tutto quanto trovassi nella biblioteca del nonno. Le insistenze di quest’ultimo, unite a quelle dei miei genitori, affinché andassi a giocare con i miei coetanei, mi trafiggevano, ricordandomi la mia inettitudine alla socializzazione, quella paura dell’alterità che non ho mai vinto.
Domenica, chiuso il sipario sulle vicende di Monsieur Ibrahim e sulle sue perle di saggezza coraniche, chiusi gli occhi un po’ arrossati dal sonno arretrato, i miei pensieri hanno preso il largo verso quel periodo struggente e infelice, cullati dal medesimo frinire delle cicale e dal brontolio di un tosaerba che spargeva nell’aria il profumo dell’erba falciata.


Ingredienti:
  • 2 pomodori ben maturi
  • sale
  • 100 gr di feta
  • 2 cucchiai di pistacchi
  • 3-4 rametti di menta fresca
  • olio extravergine di oliva qb
  • 250 gr di fusilli di legumi (Grano Armando)

Procedimento:
Dadola minutamente i pomodori, salali leggermente e lasciali riposare. Nel frattempo prepara il pesto, frullando la feta, i pistacchi e la menta e aggiungendo l’olio sufficiente ad ottenere un composto fluido. Amalgama il pesto con i pomodori.
Cuoci la pasta, scolandola circa un minuto prima del tempo indicato sulla confezione e versala ancora calda sul condimento, mescola rapidamente e servi. 

21 lug 2017

Minimal Cookies al Cacao



Roof Top” è la parola dell’estate. In una città resa sempre più soffocante dal caldo e dall’automazione, una città un tempo gloriosa, in cui le abitazioni incombono sui vicoli, già di per sé angusti, comprimendoli fino a ridurli in tunnel in cui uno sciame stolido di zombie e robot si snoda con occhi spiritati, sopravvive una Firenze sospesa ad altezze sfalsate, compartimentata da ringhiere e illuminata da lanterne e candele, che permette di librarsi almeno con lo sguardo. E’la Firenze degli abbaini, delle altane, delle mansarde terrazzate, dei giardini pensili per i più facoltosi. Una Firenze areata e democratica, che permette ai romantici di rimirare Piazzale Michelangelo, agli eruditi di osservare Santa Maria del Fiore da una prospettiva arrogante, agli amanti della natura offre la vista sul Pratomagno in lontananza, ai curiosi, come me, di ficcare il naso nelle vite degli altri prendendo spunto da ciò che si protende nel déhor per inventarne il seguito.
Alcuni vi organizzano feste, altri si fanno pagare per affittarli e farle organizzare agli altri. Quando la location è particolarmente elegante ti senti fuori luogo: il vestito è troppo made in China, le scarpe troppo basse, i capelli si scompigliano. Allora per sentirti meno a disagio devi bere. Se gli occhi lacrimano per il vento e il rimmel cola bevi due volte. Smetti di bere quando ti rendi conto che il bagno è due piani di scale marinare più in basso e per arrivarci intera devi reggerti in equilibrio.
Anche i biscotti che hai portato ti sembrano troppo biscotti, accanto a quell’altare di finger food belli e anaffettivi, e nemmeno li tiri fuori dal tupperware: domattina, avvolta in una t-shirt sformata e appoggiata al banco snack, nell’intimità della cucina, saranno meno stonati. 


Ingredienti:

Procedimento:
Setaccia le polveri in una terrina
Monta le uova con lo zucchero, incorpora il burro ammorbidito e unisci gradualmente gli ingredienti solidi, senza mescolare troppo.

Con un porzionatore da gelato preleva delle piccole dosi di impasto e appiattiscile leggermente su due teglie foderate di carta antiaderente. Preriscalda il forno a 200° e inforna i cookies per 12 minuti, scambiando di posto alle placche a metà cottura. 

19 lug 2017

Polpettine di Asiago e Pistacchi con Crema di Pomodori Secchi e Semi Oleosi


L’idea di realizzare delle crocchette a base di frutta a guscio, ingolosite dal tocco filante del formaggio, mi aveva attratta da quando ne avevo assaggiata una versione “confezionata”, ricca e untuosa, come solo certi precotti sanno essere… è innegabile che alcune preparazioni industriali, a una prima valutazione superficiale, risultino molto più suadenti dei loro corrispondenti “home made” , immagino dipenda dagli esaltatori di sapidità, che certo non fanno bene, ma vengono utilizzati per nascondere la pochezza di sostanza e creare dipendenza.
Beh, anche le mie crocchettine casalinghe, comunque, procurano una notevole assuefazione: con questa dose me ne sono uscite 24 e le abbiamo prosciugate in due, semplicemente come antipasto (a cui è seguita una ricca grigliata), in una serata ventosa trascorsa nel mio roof top, circondati da gatti e abbaini façon parisienne.


Ad innaffiarle (sono piuttosto sapide) una bottiglia di Pigato prodotto in una piccola cantina scoperta per caso, nella Riviera di Ponente. Si tratta di un vino non troppo conosciuto fuori dalla Liguria, dove è l’accompagnamento da manuale per le trenette al pesto. Ho sempre creduto che il criterio per questo abbinamento risiedesse nella regionalità, ma, assaggiandolo, mi sono resa conto che il profumo mielato ne fa un complemento ideale alla frutta secca e che la buona freschezza è funzionale a riequilibrare la sensazione di grassezza data dal formaggio, tutti elementi presenti anche nella mia proposta di oggi, con la quale partecipo all’iniziativa LoGustoConAsiago, indetta dal Consorzio Tutela Formaggio Asiago


 Ingredienti:
  • 250 gr di pistacchi
  • 250 gr di Asiago stagionato
  • 4 cucchiai di crema di pomodori secchi
  • una presa di sale
  • 1 uovo
  • semi di sesamo, lino e papavero qb
  • olio extravergine d’oliva

Procedimento:
Preriscalda il forno a 180°. Stendi i pistacchi in un solo strato sul fondo di una teglia e falli tostare in forno per 3-5 minuti, facendo attenzione a non carbonizzarli.
Grattugia il formaggio, trita i pistacchi non troppo finemente e impastali con la crema di pomodori secchi, il sale e l’uovo. Dovresti ottenere un composto piuttosto morbido, ma comunque maneggevole.
Ricavane delle sfere delle dimensioni di una piccola albicocca e passale nel mix di semi oleosi. Appiattiscile leggermente con il palmo della mano e disponile in una pirofila leggermente sporcata d’olio. Lascia riposare in frigo per almeno un’ora, irrorale con ulteriore olio extravergine d’oliva e inforna a 180° per 10-12 minuti.

Sono buone sia tiepide che fredde. 

17 lug 2017

Orzo con Spuma di Stracciatella e Rucola ai Pomodori Secchi


Non c’entra niente con l’orzo e con la rucola, ma se non ne parlo qui con chi dovrei farlo?
Qualche giorno fa ho visto un film documentario che mi ha fatto molto riflettere, “La Teoria Svedese dell’Amore”, un reportage sulla disgregazione relazionale avvenuta nel paese scandinavo a seguito del delinearsi di uno stato sociale molto spinto, che, rendendo ogni individuo economicamente autonomo e garantendogli assistenza a tutto tondo, ha finito per scardinare ogni forma di solidarietà.
Le intenzioni del governo svedese, al varo di questa riforma, erano quelle di porre fini ai legami creatisi solo per questioni di dipendenza economica (ad esempio matrimoni falliti che si trascinavano solo perché uno dei coniugi non era autosufficiente) e promuovere il singolo e i legami che esso avesse inteso intrecciare per libera scelta e non spinto dal bisogno.
A quanto pare, però, l’effetto è stato diverso da quello immaginato: allorché rassicurata sul piano assistenziale, buona parte degli svedesi ha propeso per la solitudine. Il film disegna un panorama desolante di madri single che hanno soddisfatto il proprio istinto riproduttivo ordinando su internet il seme di un donatore, recapitato a casa come un abito, anziani trovati morti in casa dopo mesi, senza alcuna possibilità di rintracciarne gli eredi, con i quali non avevano contatti da anni, assenza totale di relazioni amicali. La tesi, a mio giudizio un po’ parziale, di Gandini, è che, la copertura dall’alto delle esigenze primarie, eliminando la necessità di supportarsi reciprocamente sotto l’aspetto materiale, abbia, tipo effetto domino, annullato anche quella di socializzare.
Inizialmente sono rimasta perplessa, perché il corollario di questa teoria è il suo esatto contrario: ci si rapporta al prossimo solo per interesse e, una volta in grado di provvedere a noi stessi, diventa automatico isolarsi, come se le relazioni avessero senso solo laddove possono apportarci un beneficio concreto. Mi mancava, insomma, un tassello per dare un senso a questa degenerazione, che sembrava quasi indicare (nemmeno troppo nascostamente) l’indigenza e la precarietà come preferibili, in quanto fonte di occasioni di incontro.
Da italiana, piegata da anni dalla spada di Damocle dei tagli al welfare, ero indignata: il regista stava facendo un’apologia della riduzione della spesa pubblica e della disoccupazione per permetterci di continuare a vivere gomito a gomito, legati dalla fame, dal senso del dovere e dallo spirito di sacrificio? Non c’è altro a fare da collante? E, nel caso, cos’è meglio?
Quello che mancava a chiudere il cerchio e a rendere sensata questa tesi, altrimenti grottesca, è spiegato nell’intervento finale del compianto Zygmunt Bauman, che illustra come, effettivamente, il bisogno sia il motore primario dell’interdipendenza e come questo sottenda, quindi, alla creazione di comunità e alle relative negoziazioni. Solo successivamente i rapporti acquisiscono una valenza anche emotiva, andando a soddisfare pulsioni meno terrene. Liberi dallo spettro della povertà e della non autosufficienza, gli svedesi hanno smesso di appoggiarsi gli uni agli altri per le ragioni di mera sopravvivenza, ma, in seguito, siccome relazionarsi è faticoso, appunto perché richiede compromesso, disponibilità al confronto, riconoscimento dell’alterità, ed è un abilità non innata, ma che occorre acquisire e tener viva nel tempo, hanno perso la capacità di farlo ad altri livelli, lasciando inappagate le aspirazioni affettive ed intellettuali.
Insomma, un bello spunto di autoanalisi, che consiglio a chiunque voglia indagare con lucidità dentro di sé e sul mondo circostante.




Ingredienti:

Procedimento:
Sciacqua l’orzo o, se indicato sulla confezione, lascialo in ammollo, per eliminare l’eccesso di amido.
Lessalo secondo le istruzioni, scolalo al dente e passalo nuovamente sotto l’acqua per fermare la cottura.
Trita la rucola e mescolala con la stracciatella, aggiungi l’olio necessario ad ottenere una consistenza fluida e aggiusta di sale. Condisci l’orzo con questa crema e aggiungi i pomodori secchi ridotti a listerelle.