Quando ero molto, molto giovane, avevo una migliore amica,
una di quelle robe adolescenziali che somigliano all’innamoramento e segnano l’uscita definitiva dalla comfort zone familiare e l’ingresso nel
gruppo dei pari. Mi ero battuta a lungo per avvicinarmi a questa creatura
diafana, dal colorito cereo, i capelli biondi e la salute cagionevole, magra
allo sfinimento, che diceva “giungere” anziché arrivare e “recarsi” piuttosto
che “andare”. Invidiavo i suoi twin set, i suoi modi da laureanda di Wellesley,
la borghesia tronfia del suo salotto buono (ne aveva tre) e persino il rigore
monastico dei suoi genitori, una combinazione di punizioni corporali,
coprifuoco pomeridiano e terrore giacobino, che mi sembravano indice di ascendenze
aristocratiche.
Con la mia cesta di lanugine color topo, che raccoglievo
maldestramente in una mezza coda, i miei colletti di pizzo fuori dalle felpe
con gli orsacchiotti e le mie cosce grosse, che mettevano in piazza la mia
ingordigia e la mia pigrizia, quel “mia madre ha detto che se vuoi puoi venire
a giocare da me mercoledì pomeriggio”, mi parve un debutto in società. Dopo
quelle poche ore trascorse insieme ero pazza di lei, quei sentimenti un po’
psicotici che accompagnano gli anni tristanzuoli delle medie, misti di
emulazione, invidia, ammirazione, possessività.
Abbiamo litigato anni dopo, quando mi ero fatta una bella
figliola, anch'io magra da far spavento, anch'io bionda (illegale) e anch'io
ben vestita, per un commento sgradevole che rivolse alla mia cucina. Stavamo
andando a un compleanno e avevo portato la torta. Ci misi niente ad accostare
al marciapiede, girare intorno alla macchina, aprire lo sportello e dirle di
scendere. L’ho rivista anni dopo, in autobus, parlava di lavoro al cellulare,
ha fatto carriera, io no.
A conti fatti, è andata meglio così, non ricordo un granché dei nostri giochi di bambine e poco di più delle confidenze giovanili.
Molto meglio ricordo sua madre, una cuoca meravigliosa, cucinava piatti che sembravano usciti da un ricettario degli anni ’50, quelli che ti regalavano per le nozze, una sorta di tutorial cartaceo per diventare una sposa esemplare. Quando ero invitata a pranzo, quasi non dormivo dall’emozione, la notte precedente, ma persino per le merende si dava da fare (a casa mia non mi davano la merenda, per via delle cosce grosse di cui sopra): pesciolini di pasta sfoglia, bavaresi all’arancia, focacce appena sfornate… una volta se ne usci con gli spiedini hawaiani, ananas, prosciutto e gruyère, era prima che la pinapple pizza venisse stigmatizzata e si poteva fare. Non credo che alle Hawaii mangino questa roba.
La mia è una specie di replica, ho modificato gli
ingredienti, rispettando la triade frutta, carne, formaggio, e ho brindato con
un Dosage Zero, Le
Rive di Santo Stefano Valdoca, alla
me stessa di ora, al mio bob corvino, al mio corpo armonioso, alla maturità di
essere guarita dai complessi di inferiorità e dai sentimenti fuori controllo.
Ingredienti (per circa
30 spiedini):
- ½ melone giallo
- 200 gr di feta
- 100 gr di speck
Procedimento:
Dadola gli ingredienti e infilzali sugli stuzzicadenti,
alternandoli. Fine.
3 commenti:
Ciao Serena, mi hai fatto tornare alla memoria le mie amicizie a quell età, prima di conoscere mio marito, piuttosto, troppo, presto..E in effetti le hai descritte coi giusti termini come la possessione.
C'è un filo di nostalgia nelle tUE parole ma del resto quel tipo di amicizie restano legate nel tempo a quei momenti di vita!
Prendo nota per gli spiedini, sfiziosi!
Grazie per questo articolo che aggiunge un + a quello che sappiamo già. Sono stato con te per alcuni mesi e voglio ringraziarti per il tuo consiglio, che aiuta i giovani blogger oggi ad avanzare meglio nella loro attività.
replica wholesale handbags high quality replica handbags cheap replica handbags
Posta un commento